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1 agosto 2007
Rischio schiavitù per gli immigrati clandestini in agricoltura.
Sistema delle quote non adeguato, lentezze burocratiche, normativa sul lavoro inapplicata e “recrudescenza” della piaga del caporalato sono i motivi alla base dello sfruttamento degli immigrati in agricoltura. A sostenerlo è stato ieri il sottosegretario all’Interno, Marcella Lucidi in un’audizione alla Commissione agricoltura della Camera nell’ambito di un’indagine conoscitiva sul sistema di produzione ortofrutticola nel meridione.
“Il lavoro irregolare in agricoltura è da tempo all’attenzione del Ministero dell’Interno. Abbiamo registrato episodi di sfruttamento talvolta sfociati in forme di riduzione in schiavitù, perpetrati da datori di lavoro o da intermediari” ha dichiarato il sottosegretario Lucidi.
Un vero e proprio racket organizzato da gruppi criminali di varie etnie “che si occupano dell'introduzione in Italia di cittadini extracomunitari con la precisa finalità di sfruttarne la manodopera nei diversi settori produttivi”.
Il fenomeno è stato registrato nelle comunità cinese, cingalese e pakistana e negli immigrati di origine nordafricana e balcanica.
La maggior parte degli episodi di sfruttamento si verifica nelle regioni meridionali ed in particolare in Basilicata, nella fascia ionica metapontina; in Sicilia, nel siracusano per la raccolta di pomodori e patate e nel trapanese per vendemmia e ortaggi; in Puglia, nelle colture intensive del tarantino e nel foggiano; in Campania in tutta la regione; in Calabria nel crotonese, per la raccolta di frutti ed ortaggi e nel cosentino per la raccolta di agrumi; nel Lazio, nella provincia di Latina.
(Al. Col.)
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