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21 dicembre 2007
I minori stranieri più esposti a rischio di lavoro precoce.
Presentato il rapporto di Ires Cgil e Save the Children: 80mila minori stranieri con meno di 15 anni in Italia impegnati al lavoro. In particolare nelle imprese familiari. Preoccupa il caso dei cinesi.
“In Italia la stima dei minori di 15 anni che lavorano ammonta tra i 480.000 e i 500.000, di cui circa 70.000-80.000 minori stranieri” è il dato allarmante che emerge dal rapporto sul lavoro minorile della Ires Cgil e di Save the Children, presentato ieri a Roma dalle due organizzazioni.
Il rapporto di quest’anno si concentra in modo particolare sui minori migranti Minori al lavoro. Il caso dei minori migranti.
Tra i più esposti al lavoro minorile sono risultati: i minori maschi, in un età compresa tra gli 11 ed i 14 anni, con un’incidenza maggiore all’aumentare dell’età in questo intervallo, di nazionalità straniera, che vivono in una famiglia mono-genitoriale o in un nucleo familiare con più minori, e risiedono in un territorio con un alto tasso di disoccupazione.
Altri “indicatori di rischio” sono rappresentati dall’appartenere a famiglie con un solo reddito o, comunque, dal vivere in zone con alte percentuali di famiglie con redditi inferiori al 50% della media nazionale.
Dall’indagine, inoltre, emerge che il tratto principale e più frequente che caratterizza il profilo dei minori che lavorano precocemente è quello dell’intensità dell’esperienza: quando un minore è coinvolto in un’attività di lavoro precoce, la sua non è un’esperienza residuale, ma spesso totalizzante, elemento che il più delle volte determina rischi di marginalità sociale soprattutto tra i minori stranieri.
Tra i minori nella fascia di età tra gli 11 e i 14 anni, ben il 25,5% di quelli stranieri ha avuto un’esperienza lavorativa, di contro al 20,9% dei minori italiani.
Le esperienze di lavoro dei minori migranti si realizzano prevalentemente all’interno del gruppo familiare: quasi tutti i minori cinesi (90%) collaborano con la famiglia, mentre nel gruppo dei minori stranieri di diverse nazionalità la quota di coloro che aiutano i genitori è del 56%, a cui si deve aggiungere un 9% che ha dichiarato di lavorare in casa svolgendo attività di aiuto familiare, per un totale pari al 65%. Al contrario, tra i minori italiani si registra la quota più alta di lavoro presso terzi, segno probabilmente di un maggior legame con il tessuto socio-economico e con il mercato del lavoro locale.
Una differenza di fondo tra minori italiani e stranieri che lavorano emerge anche in relazione all’entità dell’impegno e alla periodicità del lavoro svolto: il 59% dei cinesi, così come il 42% degli altri minori stranieri lavora tutto l’anno, mentre la maggior parte di quelli italiani lo fa saltuariamente, con un 42% che dichiara di farlo quando capita e un altro 33% solo in alcuni periodi, soprattutto d’estate.
Circa il 20% dei minori italiani che lavorano non riceve alcun compenso per la propria attività, percentuale che sale ad un terzo per i minori stranieri. In ogni caso la mancata retribuzione è quasi sempre legata al supporto che i minori forniscono all’impresa familiare.
I minori stranieri che lavorano, il più delle volte, continuano ad andare a scuola, mentre per quelli italiani si nota una maggiore tendenza ad assentarsi da scuola a lungo o addirittura ad interrompere la frequenza.
Le due organizzazioni chiedono un monitoraggio attento e continuo del fenomeno da affidare all’Istat “che innanzitutto faccia emergere le reali dimensioni del fenomeno che si tende a sottostimare”.
(Al. Col.)
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