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Collaboratrici domestiche straniere: il 28% è senza contratto.
“Usciamo dal silenzio” ricerca delle Acli sulle colf in 5 città campione. Irregolarità, precariato, soprusi, discriminazione: quadro preoccupante per le lavoratrici domestiche straniere.


Sono in maggioranza donne, quasi sempre impiegate nei lavori di cura, nella maggior parte dei casi non hanno contratti regolari. Sono trattate peggio delle loro colleghe italiane e in qualche caso sono oggetto di abusi da parte dei loro datori di lavoro.
È la fotografia delle donne immigrate che prestano lavori di cura nelle famiglie del nostro Paese secondo una ricerca dalle Acli presentata ieri a Roma.
L’indagine Usciamo dal silenzio è stata sviluppata su cinque città campione - Treviso, Torino, Cagliari, Roma e Napoli - e riguarda tutte le forme di discriminazione nei confronti degli immigrati, in particolare delle donne. Il campione si basa su 702 interviste, di cui il 5,9% a uomini.
L’obiettivo del progetto di ricerca - spiega una nota delle Acli - è quello di ideare e sperimentare un modello riproducibile di rilevazione dei fenomeni discriminatori nel mondo del lavoro, in particolare nel lavoro di assistenza alla persona, nonché proporre strategie d’intervento atte a favorire l’eliminazione o la riduzione di atti discriminatori.
Dal campione emerge che le collaboratrici sono donne in età adulta (il 60,8% ha tra i 36 e i 55 anni), nella maggioranza dei casi coniugate (il 53,8%) e con un livello medio-alto di istruzione (75,3%). Nonostante più del 50% siano immigrate regolari, la maggior parte delle intervistate ritiene che l'assenza di permesso di soggiorno ponga l'immigrato in una situazione di vulnerabilità e il 47% ha risolto le situazioni di discriminazione licenziandosi. Le discriminazioni maggiori sono a livello contrattuale - con assenza di contratti (28% dei casi) o con accordi fittizi - ed a livello retributivo, in quanto percepiscono salari inferiori alle colleghe italiane.
(Al. Col.)



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