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30 ottobre 2007
SPECIALE DOSSIER STATISTICO IMMIGRAZIONE 2007
Le novità del Dossier 2007.
È stato Franco Pittau, il coordinatore del Dossier Statistico Immigrazione ad illustrare le novità della nuova edizione, cogliendo in particolare quattro aspetti: i numeri che cambiano; le prospettive ipotizzabili per il futuro; gli "umori" degli italiani e degli immigrati; l'anno europeo del dialogo interculturale.
Riportiamo ampi stralci della sua relazione
I numeri
3.690.000 sono i cittadini stranieri presenti in Italia alla fine del 2006, una stima che la Caritas effettua tenendo conto sia dei titolari dei permessi di soggiorno che dei residenti stranieri. L'incidenza è di uno straniero ogni 16 abitanti un punto al di sopra della media europea.
Un quarto dei presenti (900.000 persone) proviene dall'Unione Europea, e in particolare dalla Romania (più di mezzo milione) e dalla Polonia (quasi 100.000). In sintesi, ogni 10 presenze immigrate 5 sono europee, 4 suddivise tra africani e asiatici e 1 americana. Paesi come il Marocco e l'Albania sfiorano le 400.000 unità, mentre l'Ucraina, al quarto posto, ne conta 200.000 e ad essa è affiancata la Cina, mentre raggiungono quasi le 100.000 unità Moldova, Tunisia, India e, come accennato, la Polonia.
L'aumento annuale e stato di 700 mila unità, tante quante se ne contarono nel 2002. Nel passato gli aumenti rilevanti avvenivano a seguito di provvedimenti straordinari varati per l'emersione degli irregolari; negli ultimi due anni la crescita è stata fortissima anche in assenza di regolarizzazioni.
Prospettive e fattori strutturali dell'immigrazione in Italia
Tutti gli indicatori a disposizione lasciano intendere che l'Italia è un paese destinato a superare i 10 milioni di cittadini stranieri: una volta si diceva verso la metà del secolo, ora si pensa molto prima.
Pur in presenza di una consistente immigrazione regolare, sembriamo esclusivamente preoccupati della presenza degli irregolari.
Sulla presenza irregolare aiuta il ragionamento e non la paura: tra l'altro, con l'ampliamento dell'Unione Europea, per la prima volta i cittadini stranieri intercettati in posizione irregolare scenderanno al di sotto delle 100.000 unità. La comprensibile necessità di regolamentare i flussi non deve portare a identificare le restrizioni con l'essenza della politica migratoria, che si sostanzia specialmente di adeguate procedure di ammissione e di una grande attenzione all'integrazione.
Nel Dossier si dedica grande attenzione a quei fattori strutturali che hanno reso l'immigrazione in Italia radicata e indispensabile e che devono essere posti alla base delle politiche di inserimento.
La ripartizione degli immigrati, seppure differenziata, si caratterizza per la diffusione su tutto il territorio nazionale: 6 immigrati su 10 si trovano nel Settentrione, il Centro mantiene la sua quota percentuale, mentre molte regioni del Sud tendono a incrementare la loro. Se di modelli si vuole parlare, la situazione italiana è diversa da quella riscontrabile nel Regno Unito (un terzo degli immigrati è concentrato nell'area londinese), in Francia (il 40% nell'area parigina) e nella stessa Spagna (la metà nell'area madrilena e in Catalogna).
Questa popolazione, prima composta da persone sole e in prevalenza da maschi, ha raggiunto l'equivalenza numerica dei due sessi e la prevalenza dei coniugati. È elevato il numero delle nascite (57.000 nel 2006) e maggiore è il tasso di fecondità rispetto alle donne italiane (le immigrate hanno contribuito notevolmente all'incremento della natalità registrata in Italia).
In filigrana, insomma, già oggi possiamo leggere l'Italia del futuro.
A livello socio-demografico riscontriamo che 1 matrimonio ogni 8 coinvolge un cittadino straniero (ma, fatto curioso, solo nel 20% dei casi sono protagoniste le donne italiane rispetto ai maschi). Le coppie miste sono più di 200.000, senza considerare quelle di fatto, di difficile quantificazione. Le acquisizioni di cittadinanza, seppure lontane dai ritmi europei, sono più che raddoppiate rispetto ad alcuni fa (19.000 nel 2005) con una maggiore incidenza dei casi di naturalizzazione. È cittadino straniero 1 bambino ogni 10 nuove nascite, con percentuali raddoppiate in alcuni contesti. La popolazione immigrata è più giovane e i minori, che tra gli italiani sono il 16,6%, superano tra gli immigrati un quinto del totale (666.000), con la tendenza a superare il milione di unità nell'arco di un triennio. La scuola italiana accoglie ormai più di mezzo milione figli di immigrati (a.s. 2006/07), 1 ogni 18 alunni e, purtroppo, sono molto consistenti per questi studenti i tassi di ritardo scolastico. Le seconde generazioni (gli stranieri nati in Italia, al netto di quanti hanno acquisito la cittadinanza italiana) sono 398.295 persone, più di 1 ogni 10 presenze straniere, pari a quasi i due terzi dei minori, destinati a superare il milione nel volgere di un triennio.
Per quanto riguarda l'impatto degli immigrati sull'economia basti ricordare che a loro è dovuto il 6% sul Prodotto Interno Lordo italiano e che pagano 1,87 miliardi di euro di tasse.
Gli "umori" degli italiani e degli immigrati
I cittadini stranieri incidono per quasi un quarto sulle denunce penali e per oltre un terzo sulle presenze in carcere e ciò condiziona negativamente l'atteggiamento degli italiani. I maggiori protagonisti a livello penale sono gli irregolari, che in determinati reati sono implicati anche in 4 casi su 5 (lo sfruttamento della prostituzione, l'estorsione, il contrabbando e la ricettazione). Senza sottovalutare la delicatezza della questione, va tuttavia sottolineato con forza perché solitamente non lo si fa, che per gli stranieri in posizione regolare le denunce si pongono negli stessi termini degli italiani, perché essi incidono per circa il 6% sulla popolazione residente.
A livello sociale si riscontra un rapporto asimmetrico, che vede gli immigrati molto interessati ad essere accettati come nuovi cittadini e la popolazione non sempre disponibile al riguardo.
L'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni ha rilevato una certa situazione deficitaria anche nelle relazioni di vicinato, nell'erogazione di servizi da parte di uffici pubblici e di altre strutture come le banche e, più in generale, ha evidenziato la tendenza degli italiani a trattare in maniera differenziata gli immigrati quando hanno un diverso colore della pelle (per questo i più colpiti sono gli africani) o professano un'altra religione (in particolare, quella musulmana).
Anche in assenza di vere e proprie discriminazioni, vi è una valorizzazione degli immigrati al ribasso e una accentuata etnicizzazione di alcuni settori non considerati appetibili dagli italiani. L'Istat ha rilevato che più di un quarto degli occupati stranieri si trova in posti che comportano disagi: il 19% lavora la sera dalle 20 alle 23, il 12% la notte a partire dalle 23 e il 15% di domenica. Inoltre, la canalizzazione monosettoriale porta l'incidenza dei lavoratori immigrati al 66,2% nelle attività svolte presso le famiglie, al 20,6% in agricoltura, al 20,4% negli alberghi e ristoranti e al 19,4% nelle costruzioni.
Per superare gli atteggiamenti ostili nei loro confronti, è opportuno tenere presente che queste persone hanno già di per sé una vita più difficile. La Caritas, attraverso la rete dei Centri d'ascolto diffusi in tutta Italia, ha evidenziato le difficoltà che gravano su un immigrato, anche se in posizione regolare, perché non sempre può contare su reti familiari o amicali quando perde il lavoro, il reddito è insufficiente o subisce uno sfratto. Così come le difficoltà abitative e di accesso ai servizi sono di pregiudizio alla loro salute, un patrimonio sostanzialmente sano quanto arrivano.
Questi aspetti concreti, fondati sulla rilevazione statistica e confermati dall'esperienza, non hanno una coloritura partitica e perciò meritano di essere posti, da entrambi gli schieramenti politici, a base del dibattito politico sulla normativa e sulla qualità delle politiche di accoglienza.
Anno europeo del dialogo interculturale
È indubbio che gli immigrati pongono anche diversi problemi, ma l'immigrazione non è complessivamente un peso bensì una ricchezza. I nuovi venuti, oltre a ridurre gli effetti negativi dell'andamento demografico, mostrano una fortissima volontà di riuscita (la stessa che avevano gli italiani quando si spostavano nel Nord Italia o all'estero), sono più disponibili alla mobilità territoriale e occupano i posti rimasti liberi e, così facendo, esplicano un effetto tonificante sul mercato, nonostante le lungaggini burocratiche legate alla loro permanenza, i desueti meccanismi di inserimento lavorativo e le carenze a livello retributivo e previdenziale.
Sarà possibile trovare un minimo comune denominatore tra i vari schieramenti politici per avviare una politica condivisa dell'immigrazione? Caritas e Migrantes da tempo hanno indicato una serie di misure funzionali ad un più soddisfacente inserimento degli immigrati: permessi di soggiorno più stabili, snellimento delle procedure, facilitazione dell'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro (con la reintroduzione della "sponsorizzazione" da rafforzare con il permesso per la ricerca del posto di lavoro), miglioramento della normativa sulla cittadinanza, potenziamento delle risorse necessarie per sostenere l'integrazione e seria presa in considerazione anche della concessione del voto amministrativo.
Nonostante la diversità delle culture degli immigrati e la mancanza di un modello standard di integrazione, la speranza è che la diversità possa diventare uno stimolo in grado di perfezionare la nostra crescita, perché l'obiettivo del progresso può saldare fruttuosamente immigrati e italiani. Si richiedono umiltà, tenacia e la disponibilità al dialogo da entrambe le parti.
La scheda sintetica del Dossier e la relazione integrale di Pittau sono disponibili nel sito www.caritasroma.it
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