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19 settembre 2007

Le Acli chiedono percorsi di protezione per gli immigrati che denunciano infortuni sul lavoro.

Quasi un lavoratore immigrato su dieci è vittima di incidenti sul lavoro, un tasso doppio rispetto a quello degli italiani. A fronte del 6% del totale degli assicurati essi costituiscono il 12% del totale delle denunce. Sono i dati diffusi dal presidente dell’Inail, Vincenzo Mungasi, nel corso del seminario Quando il viaggio si incrocia con il diritto e la convivenza organizzato ieri a Roma dalle Acli.
Una discriminazione, quella dei lavoratori stranieri, resa ancora più drammatica dalla mancanza di tutela a cui vanno incontro se denunciano l’infortunio, gesto che per molti significa licenziamento
Una situazione definita “intollerabile” dalle Acli che hanno presentato nell’incontro di ieri la terza edizione di Diritti in Piazza, la campagna che si svolgerà nelle piazze italiane i prossimi 28 e 29 settembre per sensibilizzare e informare dei cittadini sul tema del lavoro sicuro.
Quello svolto spesso dagli immigrati - afferma il presidente delle Acli Andrea Olivero - è un lavoro non-sicuro per eccellenza. Non solo per le condizioni precarie o del tutto irregolari in cui si svolge, ma anche per le conseguenze che questo significa sul piano della prevenzione degli infortuni e delle garanzie in caso di incidenti. Non è tollerabile rischiare allo stesso tempo la salute, o la vita, il posto di lavoro, il permesso di soggiorno e quindi la permanenza in Italia”.
Le Acli e il Patronato Acli chiedono quindi di “creare dei percorsi di protezione per quegli immigrati che denuncino un infortunio sul lavoro, perchè non perdano i diritti faticosamente acquisiti, e di prevedere un accompagnamento sanitario del lavoratore immigrato che veda maggiormente partecipi il Servizio sanitario ed i sindacati”.
(Al. Col.)





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