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24 settembre 2007
Conclusa la prima Conferenza nazionale sull’immigrazione. Due giorni di dibattito in cui non sono mancate polemiche sulla questione sicurezza. Assenti gli immigrati. La cronaca delle due giornate.
Conclusa sabato 22 settembre la prima Conferenza nazionale sull’immigrazione Verso una società multiculturale organizzata a Firenze dal Ministero dell’Interno e dall’Anci, l’Associazione dei Comuni Italiani. Due giorni di confronto tra i rappresentanti del Governo, gli amministratori locali ed esponenti delle organizzazioni sindacali e di volontariato. Grandi assenti gli immigrati che, nelle relazioni ufficiali della Conferenza, non hanno avuto alcuno spazio.
Una manifestazione che certamente non passerà alla storia per i contenuti programmatici ma che riteniamo apprezzabile negli intenti e ci auguriamo rappresenti il primo passo verso una prassi dialettica e di confronto che favorisca la riflessione e la condivisione delle politiche di immigrazione.
Come era immaginabile alla vigilia, il tema che ha animato la discussione è stato quello della sicurezza, e non poteva essere altrimenti dopo le polemiche sulla questione “lavavetri” che c’è stata nell’ultimo mese proprio nel capoluogo toscano.
E su questo si è manifestata la divisione tra i sindaci delle grandi città ed il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero.
In apertura dei lavori, venerdì scorso, è stato proprio il primo cittadino fiorentino e presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, a lanciare un messaggio forte al Governo dicendo che i Comuni non possono essere lasciati soli sul tema dell'immigrazione.
“Abbiamo bisogno - ha detto Domenici - di una maggiore efficienza delle istituzioni, di maggiori risorse per la casa ed il lavoro, per realizzare l'obiettivo dell'inclusione sociale, servono progetti mirati anche nella scuola”.
Sulla stessa lunghezza d'onda il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha però chiesto tempo. “I processi di inclusione sociale non si fanno in sei mesi, ma sono lunghi ed intanto non dobbiamo seguire le paure”.
Due scelte, secondo il ministro, “vanno fatte con nettezza, in direzione dell'integrazione: gli immigrati che vengono a lavorare in Italia devono imparare l'italiano con la possibilità di seguire appositi corsi e, soprattutto, devono adeguarsi ai valori della Costituzione, senza altri vincoli come la Carta dei migranti proposta dal ministro dell'Interno, Giuliano Amato”, una critica netta questa che non è affatto piaciuta negli ambienti del Viminale.
Durante la prima giornata si è registrata anche la polemica sui “sindaci-sceriffo” tra Ferrero ed i primi cittadini, in particolare Dominici e Chiamparino (Torino). Il ministro ha infatti criticato la richiesta di maggiori poteri in materia di sicurezza da parte dei Comuni. “I sindaci - ha spiegato Ferrero - hanno già poteri nel campo della sicurezza. Sono quindi contrario ad aumentarli. L'ordine pubblico deve essere gestito dalle forze dell'ordine. È sbagliato che chi deve chiedere voti per essere eletto abbia poteri di polizia”.
Parole che hanno avuto subito la replica dal presidente dell'Anci, Leonardo Domenici. “Nessuno di noi sindaci ha mai chiesto poteri di ordine pubblico, che appartengono allo Stato. Ma oltre all'ordine pubblico, c'è anche la sicurezza pubblica, dove si sovrappongono competenze e funzioni tra Stato ed enti locali”.
A gettare acqua sul fuoco, a fine giornata, è stato il sindaco di Roma Walter Veltroni, con una mediazione sembrata più da leader designato alla guida del partito Democratico. Veltroni ha sostenuto la necessità di tenere insieme due dimensioni: “grande umanità verso gli immigrati, ma anche severità e rigore nella difesa della sicurezza di tutti i cittadini, italiani e stranieri”. Se mancano questi elementi, ha aggiunto, “c'è il rischio che affiori il razzismo e la xenofobia”. Nell’arco della giornata anche gli interventi delle associazioni datoriali, dei sindacati, delle agenzie internazionali (Pontificio Consiglio dei Migranti, Acnur, OIM) e delle organizzazioni di volontariato (Caritas, Acli, Arci, Sant’Egidio) che si sono trovati d'accordo sull’importanza dell’immigrazione come risorsa demografica ed economica e nello stigmatizzare contrapposizioni ideologiche sul tema.
Il secondo giorno di lavori ha visto le relazioni del vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini, e dell’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu.
Il commissario Frattini ha evidenziato la necessità di attirare l’immigrazione più qualificata, finora indirizzata soprattutto negli Stati Uniti, ed ha illustrato alcune priorità della politica migratoria europea. “Bisogna - ha spiegato Frattini - avere regole uniformi per tutti i Paesi europei per quanto riguarda l'ingresso di immigrati per lavoro”. L'altro punto forte della politica europea, ha proseguito, “è la prima direttiva-quadro sui diritti degli immigrati regolari, per i quali si mettono a disposizione servizi sociali, cure, educazione, scuole”. Il vicepresidente della Commissione ha poi sottolineato l'importanza di elaborare una ricerca europea per l'integrazione “in modo da andare oltre l'integrazione subita e imposta. Ricordiamo che è fallita la politica di assimilazione francese così come il multiculturalismo senza regole dell' Olanda”.
Dall'ex ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, è arrivato l’invito “a distinguere nettamente l'immigrazione regolare, fenomeno necessario e positivo, da quella clandestina, che è l'aspetto patologico da combattere. Non dimenticando che gli immigrati clandestini sono i responsabili principali dell'aumento della delittuosità complessiva in Italia”.
Intervento a tutto campo quello con il quale il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha concluso i lavori della Conferenza. Amato ha ribadito che chiudersi all'immigrazione equivarrebbe a certificare il declino dell'Italia e ha concordato con i sindaci sulla necessità di attivare politiche di integrazione, in primis quella sulla casa.
Il ministro ha risposto anche al commissario europeo Frattini sui lavoratori qualificati. “C'è la tendenza – ha detto il titolare del Viminale - a parlare solo di immigrazione qualificata, ma non possiamo scegliere di far venire in Italia solo ingegneri o dottori: sarebbe una scelta di declino demografico, culturale e politico. Conservare la nostra identità senza aggiunte significa conservare una diversità declinante”.
Amato si è poi soffermato sulla connessione tra integrazione e sicurezza. “La domanda delle imprese come unico selettore per l'ingresso degli immigrati è un approccio sbagliato. Io devo tenere conto delle esigenze delle imprese, ma mi devo preoccupare anche del resto. No, dunque, a chi sostiene che fino a quando un immigrato lavora otto ore in fabbrica va bene, ma poi deve sparire e non avere neanche una casa: serve una seria politica della casa per gli immigrati. Dobbiamo attrezzarci per fornire servizi che non diano la sensazione agli aborigeni che stiano perdendo servizi in favore degli immigrati”.
Queste politiche, prosegue il ministro, “prevengono i problemi di sicurezza: noi, come ministero dell'Interno, siamo come i vigili del fuoco, possiamo arrivare solo quando è scoppiato l'incendio, ma ci deve essere qualcuno che impedisce che scoppi l'incendio”.
(Alberto Colaiacomo)
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