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News ed eventi
9 dicembre 2008

Immigrazione e sfruttamento lavorativo: in crescita secondo la Fondazione Studi del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro. Il fenomeno è concentrato nel lavoro domestico e in agricoltura.
Si tratta di piccole imprese che sfruttano gli immigrati senza permesso di soggiorno.


È in crescita lo sfruttamento lavorativo degli immigrati e questo avviene in particolare nell’ambito del lavoro domestico ed in agricoltura in imprese con meno di 15 dipendenti. È quanto emerge da un’indagine della Fondazione Studi del Consiglio nazionale dei Consulenti del Lavoro presentata in occasione del Congresso Regionale Anci in Toscana il 5 dicembre scorso.
La ricerca è stata svolta con questionari sottoposti a 1.000 consulenti del lavoro in tutta Italia. Per il 64% di essi lo sfruttamento degli immigrati in ambito lavorativo è in aumento, mentre per il 35% del campione è in diminuzione rispetto agli anni passati.
I settori dove maggiormente si concentra l'occupazione irregolare di extracomunitari sono il lavoro domestico (31%), l'agricoltura (29%) e l'edilizia (27%); percentuali minoritarie si ritrovano nei pubblici esercizi (6%), nei laboratori artigiani (5%) e nel commercio (1%).
La stragrande maggioranza di immigrati irregolari (91%) è impiegato in aziende piccole, che contano fino a 15 dipendenti. Fra queste, oltre la metà (56%) occupa da 2 a 5 lavoratori extracomunitari irregolari, il 43% uno solo e l'1% da 5 a 10. Mentre l'8% di extracomunitari irregolari lavora in aziende fra i 16 e i 50 addetti e l'1% in quelle oltre i 50.
Inoltre, secondo l'indagine della Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, quello dello sfruttamento del lavoro extracomunitario irregolare è un fenomeno che riguarda nel 54% dei casi giovani fino a 40 anni e per il 46% persone oltre questa età.
Dalle interviste emerge inoltre che la difficoltà ad ottenere il permesso di soggiorno è la causa principale di sfruttamento. Per questo, la presidente dell’Ordine, Marina Calderone, ha parlato della “necessità di una nuova politica di settore che dia la possibilità di svincolare dai posti messi a disposizione ogni anno dal decreto flussi, i settori dove c'è piena occupazione”.
(Alberto Colaiacomo)


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