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News ed eventi
23 dicembre 2008

È riduzione in schiavitù anche lo sfruttamento di lavoratori stranieri messi in soggezione continuativa a causa della loro condizione di necessità.
Per la Corte di Cassazione il reato, punito fino a vent’anni di reclusione, colpisce soprattutto immigrati da paesi poveri costretti ad impegnare sé stessi per pagare il prezzo dell'emigrazione.


Il fatto.
I componenti di una famiglia di cittadini bulgari avevano sporto denuncia nei confronti dei proprietari di un circo equestre accusandoli di averli ridotti e mantenuti in stato di soggezione continuativa e costretti di fatto a loro totale asservimento. Nella denuncia si precisava che era stato loro impedito di allontanarsi dal circo, che la figlia minore era stata costretta ad entrare durante gli spettacoli in teca trasparente, con serpenti e tarantole, gli altri figli ad immergersi in acqua con pesci “piranha” ed a smontare e rimontare la struttura del circo nonché ad eseguire la pulizia e la manutenzione dell'area destinata agli spettacoli anche con turni di lavoro di 20 ore. I restanti membri della famiglia erano stati costretti a lavori domestici quotidiani nei veicoli itineranti dei nuclei familiari degli indagati, e tutti a seguirli nei loro spostamenti.
Il GIP di Salerno, sulla base dei riscontri raccolti da parte della PG, aveva disposto la custodia cautelare degli indagati sulla base dell’imputazione di riduzione in schiavitù, ipotesi di reato non condiviso però dal Tribunale. I giudici del riesame avevano pure ravvisato lo sfruttamento delle persone offese, di cui non erano prese in considerazione le esigenze alimentari ed igieniche ed erano state retribuite con 100 euro settimanali per 15-20 ore di lavoro al giorno - anche per ritenuta da pagare per il viaggio in Italia e commissione d'intermediazione a connazionale - ma avevano escluso gli estremi della condizione di schiavitù, perché gli stessi offesi, che disponevano di documenti personali e potevano allontanarsi dal circo anche se per breve tempo e precisi incarichi e ricevevano visite di connazionali, avevano denunciato il fatto dopo solo circa 15 giorni.
La decisione della Corte.
Invece per la Cassazione - come precisato nella sentenza della V Sezione penale depositata il 15 dicembre - i fatti descritti configurano il reato di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù che si realizza anche nella riduzione o mantenimento della persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all'accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento grazie all’approfìttamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità.
Secondo la Corte questa è la tipica situazione in cui versano molti immigrati da Paesi poveri, spesso incapaci di affrontare le spese di viaggio e di trovare lavoro, impegnano sé stessi per pagare il prezzo dell'emigrazione ed il reato (che è punito con la reclusione da otto a venti anni) “principia dunque con la “cessione” delle persone fisiche nel Paese di arrivo a chi ne sfrutta le prestazioni per saldare il debito, costringendoli a condizioni di vita abnormi, per la loro impossibilità di alternative esistenziali in Italia”, come avvenuto nei confronti di un'intera famiglia di immigrati bulgari, di fatto ceduta al circo per il pagamento del prezzo da loro pattuito per trovare lavoro in Italia.
(M.M.)


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