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30 settembre 2008
Albanesi: la “metamorfosi positiva” secondo la Caritas.
Un volume sulla seconda comunità straniera in Italia che si lascia alle spalle l’etichetta di “criminali” e dimostra un’avanzata integrazione economica e sociale.
Sono 420mila, seconda comunità straniera per numero di presenze, e si caratterizzano per la loro capillare diffusione territoriale. Sono “omogeneamente” spalmati tra nord e sud, grandi centri urbani e piccoli comuni e, soprattutto, hanno smentito quell’etichetta di criminali che per anni li aveva ingiustamente accompagnati.
È questo in sintesi il quadro che emerge dalla ricerca Gli albanesi in Italia. Conseguenze economiche e sociali dell’immigrazione (Edizioni Idos Caritas-Migrantes) presentata ieri a Bari nell’ambito del Convegno conclusivo del progetto “Aquifalc” presso l’Università barese.
Il progetto, promosso dall’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, vede come partner italiani il Dipartimento di Scienze Economiche, l’Università di Bari, l’Università del Salento, la Banca Mondiale, l’Istituto Affari Internazionali, RIALP Studio legale “Lombardo Pijola &Partners”, la Camera di Commercio di Bari AICAI, l’Idos Caritas Migrantes e l’Osservatorio Regionale Banche e Imprese di Economia e Finanza.
Partner per l’Albania sono invece la Facoltà di Economia dell’Università di Tirana, la National Association of social workers Albania, l’Albanian Socio Economic Think tank e l’Albanian Center for human rights.
I ricercatori del Dossier Caritas nel volume tracciano la storia dell’immigrazione albanese in Italia e le prospettive future, in particolare evidenziano gli stretti legami tra i due Paesi.
È stato nel corso degli anni 2000 che la presenza albanese in Italia è andata aumentando notevolmente, così che alla fine del 2007 si colloca subito dopo i romeni e prima dei marocchini.
Una comunità che mostra equilibrio tra maschi e femmine, anche per effetto della ricomposizione dei nuclei familiari, e i più sono di giovane età, tra i 18 e i 40 anni. L’incidenza dei coniugati riguarda i due terzi della presenza ed è nettamente superiore a quella media del totale degli immigrati (+8 punti percentuali). Il processo di “familiarizzazione” è evidenziato anche dal fatto che il 52% degli albanesi è titolare di permesso di soggiorno per lavoro e il 42,5 % di un permesso per famiglia (11 punti in più rispetto alla media). Sono in forte aumento anche i matrimoni misti che, a differenza di quanto avviene per la maggior parte delle altre collettività immigrate, coinvolgono in tre casi su 4 i maschi albanesi.
L’ingresso in Italia per i lavoratori albanesi è regolamentato nell’ambito del sistema del decreto flussi annuale, tuttavia con quote privilegiate. I settori di inserimento sono così distribuiti: il 52,9% nell’industria, il 37,6% nei servizi e il 7,8% in agricoltura e pesca. Per quanto riguarda i singoli comparti sopravanza di gran lunga tutti gli altri quello delle costruzioni (32,5%), seguito poi da ristorazione e alberghi (10,4%), servizi alle imprese (9,3%, soprattutto pulizie), l’agricoltura (7,7%) e il servizio alla persona (3,7%).
I ricercatori parlano anche di “una metamorfosi in positivo nella percezione degli immigrati albanesi da parte della società italiana, a cui hanno contributo tanti fattori e, in primo luogo, la capacità di una collettività di farsi accettare e la capacità della sua èlite di rappresentarla”. Finisce quindi l’etichetta di “criminali” anche se le organizzazioni mafiose del Paese delle aquile sono molto presenti nella tratta di esseri umani, la prostituzione ed il traffico di droga in associazione con la malavita italiana.
Per il futuro non mancano segnali positivi dai flussi di ritorno. L'emigrazione sta esercitando il suo impatto anche sull'economia del Paese, al quale da un lato fornisce risorse per lo sviluppo economico e dall'altra forma e qualifica lavoratori ed imprenditori. Le interviste rilasciate da più di 500 albanesi rimpatriati hanno evidenziato che il ritorno “non necessariamente deve essere equiparato a un fallimento” ma come un modo di mettere a frutto il capitale economico e professionale acquisito nell’esperienza migratoria.
Il nome del progetto "Aquifalc" e il motto che l’accompagna “l’aquila e il falcone volano insieme”, “esprimono l’auspicio” ha spiegato il prof. Giovanni Ferri, docente di Economia all’Università di Bari e direttore del progetto, che “anche due volatili fieri come l’aquila (emblema dell’Albania) e il falcone (laddove il falcone federiciano rappresenta la Puglia, la regione che da sempre funge da ponte dell’altra terra con il Bel Paese) si ritrovino in una convivenza mutuamente vantaggiosa”.
(Alberto Colaiacomo)
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