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News ed eventi
29 Luglio 2009

Un dossier di Bee Free documenta lo sfruttamento sessuale delle donne migranti in Libia.
Per molte nigeriane prostitute in Italia, lo sfruttamento inizia a Tripoli attraverso organizzazioni criminali.


Costrette a prostituirsi nelle “case chiuse” di Tripoli e dintorni: è questa l’ultima umiliazione e sofferenza che molte donne in fuga dall’Africa sub-sahariana debbono subire in Libia prima di arrivare, se vi riescono, in Italia.
Secondo la denuncia di Bee Free - una cooperativa sociale impegnata a riscattare le donne vittima di tratta - il fenomeno sta assumendo proporzioni molto vaste con “il rischio concreto che lo sfruttamento della prostituzione arrivi nel nostro Paese” attraverso le reti criminali.
In un dossier denuncia presentato ieri a Roma, realizzato intervistando 111 donne (per lo più nigeriane) ospiti del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Ponte Galeria a Roma, Bee Free documenta lo sfruttamento che subiscono queste donne costrette a fermarsi in Libia per oltre un anno.
Una donna su quattro ha raccontato storie di sfruttamento sessuale, molte di sfruttamento lavorativo; il 25% delle nigeriane che hanno subito abusi sessuali sono state prostituite in Libia, tutte le altre in Italia. Per indurre le donne a prostituirsi di solito viene addotto il risarcimento del debito di viaggio trasformandole così in ostaggi delle “maman” (donne che fanno reclutamento delle giovani) e dei “brother” (il primo adescatore), entrambi in collegamento con i passeur del deserto. Nelle “case chiuse”, gli aguzzini “agiscono con violenze fisiche, psicologiche, sequestri e torture. Le ragazze non possono rifiutarsi di avere rapporti con i clienti né di consegnare i soldi agli sfruttatori; né possono proteggersi con i contraccettivi”.
La Cooperativa Bee Free opera nel Cie romano, in collaborazione con la Provincia e il Ministero per le pari opportunità, gestendo uno sportello di consulenza ed assistenza psicosociale e legale.
(Al. Col.)


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