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13 settembre 2012
Richiedenti asilo, il “paradosso” italiano in un’indagine del Cospe.
Ricerca in 5 Paesi Ue con interviste ai migranti. In Italia buone pratiche a livello provinciale, ma restano circoscritte all’offerta di ospitalità. In Ue, “mancano sistemi di inclusione”.

Un paradosso quello che la legge prevede per i rifugiati e i titolari di protezione perché “in Italia non sono state create risposte specifiche per i richiedenti asilo”.
È quanto denuncia il report Il paradosso di essere riconosciuto come rifugiato in Italia: vivere in una prigione a cielo aperto, sulle condizioni dei rifugiati in Italia, realizzato da Cospe all’interno del progetto europeo Eduasyl.
Il report italiano, realizzato tra il 2010 e il 2011, parte dall’analisi della realtà di Firenze per tracciare i contorni della situazione in tutta Italia, e fa parte di un più ampio report europeo su 5 città e i rispettivi Paesi, effettuato da un network europeo di associazioni che hanno analizzato la situazione nelle loro rispettive città: Amburgo, Glasgow, Goteborg, Salonicco.
All’interno dell’indagine le interviste con i migranti dalle quali emerge “come tutti abbiano sottolineato l’esigenza di potenziare il lavoro a livello di rete, creando un network tra le varie associazioni che si occupano della tematica. Tutti concordano inoltre sulla necessità di un monitoraggio stabile delle situazioni di vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo, di minori non accompagnati e dei loro bisogni relativi all’educazione”.
Secondo il report, “non mancano buone pratiche a livello provinciale, ma restano circoscritte all’offerta di ospitalità mentre quello che manca è proprio a livello strutturale. Una risposta importante viene da parte dell’associazionismo che si è mosso molto per dare sostegno a queste esigenze, un impegno che finisce per scontrarsi però col fatto che il mercato del lavoro raramente risulta ricettivo nei confronti dei richiedenti asilo”.
“In ambito europeo – spiega la ricerca – mancano ancora efficaci sistemi di inclusione dei rifugiati: in particolare permangono barriere per l’accesso a programmi educativi e di inserimento nel mercato del lavoro. I sistemi europei di educazione e di formazione professionale non prevedono corsi specifici che siano compatibili con i bisogni dei rifugiati e dei richiedenti asilo. In particolare, non sono ancora stati ideati adeguati strumenti per la rilevazione di saperi, capacità e competenze specifiche dei rifugiati, con una conseguente inadeguatezza delle azioni che le istituzioni scolastiche e formative portano avanti: non viene effettuata una reale valorizzazione degli specifici bagagli linguistici, culturali, esperienziali. Le loro biografie transnazionali potrebbero invece essere di particolare importanza ed utilità non solo per ampliare le opportunità di inserimento lavorativo dei rifugiati, ma anche per il tessuto sociale, culturale, educativo in cui si trovano”.
(Red.)



 
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