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Punti di vista

La vita dopo “La nave dolce”

Intervista al regista Daniele Vicari

Carlotta Caroli

Il suo ultimo film si chiama La nave dolce, uscirà nelle sale italiane l’8 novembre ed è già stato presentato fuori concorso nell’ambito delle proiezioni speciali al Festival di Venezia. Lui è Daniele Vicari, già regista di Diaz, che, con questa sua opera, ha voluto ricordare un fatto di cronaca della storia italiana: lo sbarco della nave Vlora che, 21 anni fa, approdò al porto di Bari con a bordo migliaia di albanesi. Quella volta ci fu un respingimento di massa, il primo della storia del nostro Paese. Vicari lo ha raccontato, questo episodio. Senza denunciare. Solo per narrare i fatti, evitare che si ripetano, non dimenticare. Ecco cosa racconta nell’intervista ad ImmigrazioneOggi.
La nave dolce è stato premiato dal Sindacato nazionale dei giornalisti cinematografici con il Premio Pasinetti, per il fatto di essere un tentativo di risvegliare una memoria assopita e vacillante e di richiamo e di appello a non dimenticare.


Perché si chiama la nave dolce?

Innanzitutto perché la nave trasportava zucchero, ma quello è stato solo uno spunto. Il documentario si chiama così perché, nel momento in cui ci sono salite sopra quelle 20.000 persone, la nave si è caricata di sogni. Sono 20.000 persone che non emigrano dall’Albania solo per fame, ma anche perché vogliono andare in un Paese dove ci sia la libertà di espressione, dove le loro vite possano trovare un’evoluzione positiva. Perciò la nave era dolce anche per questi motivi.


Che cosa comporta l’arrivo della nave dolce sia per quelli che dovrebbero accogliere che per quelli che sbarcano?

Semplicemente: l’arrivo di questa nave è un pugno nello stomaco per un Paese che non ha ancora fatto in tempo a capire che è crollata una frontiera che è quella del Muro di Berlino. L’Italia era un prolungamento naturale del Muro di Berlino: siamo un Paese di frontiera con l’est Europa quanto lo è la Germania. Noi confiniamo direttamente con la Yugoslavia, con i Balcani, ma non ci siamo mai percepiti come un Paese di frontiera. Poi un bel giorno arriva questa nave che colpisce l’immaginario di tutti con il suo incredibile carico di esseri umani ed improvvisamente ci butta nella realtà contemporanea. Alcuni, di fronte a questo arrivo, si sono spaventati. Non si sapeva bene cosa fare, come prendere la situazione, quindi è nato un conflitto istituzionale pazzesco intorno alla vicenda della Vlora.


Come mai hai deciso di raccontare questo episodio che risale ad oltre 20 anni fa?

Era il 2010, mancava un anno al ventennale dell’arrivo di questa nave e la Puglia Film Commission voleva organizzare una serie di iniziative per celebrare il ventennale. Mi chiesero di pensare ad un film-documentario sull’immigrazione albanese in generale. A me la vicenda della nave è sembrata talmente emblematica, che mi è sembrata perfetta per farne l’oggetto di una narrazione che simbolicamente rappresentasse tutta la vicenda dell’ondata migratoria.


Questo non è un film di denuncia, è un raccontare i fatti…

È una narrazione. Infatti gli spettatori che lo vedono escono dal cinema dicendo “Ah, ma sembra un film”. In fondo, un film-documentario è un film… Così come un western è un film.


È un film che serve a riflettere, a meditare sui fatti che ormai sono diventati storia e serve a sensibilizzare l’opinione pubblica su fatti che troppo spesso vengono messi a tacere e dimenticati, giusto?


Il cinema serve anche per riflettere. Mica solo per divertirsi. Sì, anche per divertirsi e passare due ore spensierate, ma anche per ragionare su chi siamo noi in relazione a certi fatti che abbiamo letto in un certo modo e ai quali magari abbiamo dato un altro significato. Il cinema riesce a dare allo spettatore l’opportunità di fare questo e quando questo accade allora il film funziona.


L’atteggiamento degli italiani nei confronti degli immigrati in generale è cambiato nel tempo?

Secondo me non si può generalizzare. Questo, poi, è un argomento complesso… Certo, prima lo sbarco degli albanesi, poi quello degli altri, hanno determinato anche sul piano politico una sterzata del Paese a destra. Tutti i flussi migratori hanno dato lo spunto per giustificare una politica di chiusura; questo atteggiamento è entrato anche nella coscienza di tanti italiani. Perché ha giocato sulle paure. Adesso l’Italia è un Paese che può essere tranquillamente considerato multietnico, basta pensare che nel 1991 gli immigrati erano 250.000 e adesso sono 5 milioni. Non si possono nemmeno definire una minoranza: sono una parte importante della cittadinanza in Italia.


Invece dal 1991 l’Albania è cambiata un bel po’…

È cambiata profondamente. L’Albania è un paese molto contraddittorio, non conosco così bene ogni singola vicenda, ma posso affermare con certezza che l’Albania è un Paese che sta tentando una faticosa modernizzazione.


Sei in contatto con la comunità albanese in Italia?

Non sono in contatto con la comunità albanese, sono in contatto con persone albanesi. Anche nel mio lavoro io ho spesso intercettato artisti albanesi. In realtà non mi sono mai posto il problema di entrare in contatto con la “comunità”. Sono tutte persone che sono tra noi, non mi piace vederli come una comunità a sé.


Come ti sei trovato a lavorare con gli attori albanesi protagonisti del documentario?

Queste persone che testimoniano la loro storia nel mio film sono persone, non solo coinvolte nei fatti, ma anche persone che quei fatti li sanno raccontare e il fatto che il documentario sia avvincente narrativamente dipende proprio dal fatto che queste persone si raccontano e raccontano con grande emozione tutto ciò che hanno vissuto. Questo permette agli spettatori di non vedere un qualcosa di distaccato, ma di poter essere parte del racconto stesso.


Secondo te, gli italiani, a distanza di 20 anni, come vedono gli albanesi?

Noi italiani, che siamo un popolo di migranti, abbiamo dovuto fare i conti, per la prima volta nella storia recente, con un grande flusso migratorio. Questo ci ha spiazzato, forse non eravamo pronti, però la storia non fa sconti: se le cose succedono, succedono. Cioè crolla il Muro di Berlino e siamo in un altro mondo. Solo che ci si mette un po’ per capirlo. E per farci l’abitudine. Certo, sul piano mediatico e politico, l’arrivo di queste persone è servito anche a determinati partiti politici a giustificare la loro esistenza, ovvero: il fenomeno migratorio è stato strumentalizzato in tutti i modi. Nonostante questo, credo che l’Italia, nel complesso, con delle grandi difficoltà e con momenti estremamente critici, abbia reagito piuttosto bene alla presenza degli stranieri. Ormai gli “extracomunitari” sono talmente prossimi a noi che non li percepiamo nemmeno più come stranieri.


Progetti per il futuro?

Attualmente sto lavorando ad un film tratto da un libro, si chiama Limbo ed è stato scritto da Melania Mazzucco. È la storia di una soldatessa italiana che torna ferita dalla guerra in Afghanistan.


 
Daniele Vicari

La nave dolce

Il trailer del film

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