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19 aprile 2013
Regolarizzazione: esaminate soltanto 37 mila domande su 135 mila. Un terzo quelle rigettate.
Per la Uil la difficoltà maggiore è quella di dimostrare la permanenza in Italia prima del 2012.

Su quasi 135 mila domande di regolarizzazione dei lavoratori stranieri irregolari presentate, finora ne sono state esaminate solo 37 mila, di cui 23.255 sono state approvate e 13.417 rigettate: è il magro bilancio del “ravvedimento operoso” avviato nel luglio 2012, reso noto da Giuseppe Casucci, coordinatore del Dipartimento politiche migratorie della Uil, che ha partecipato ieri a una riunione presso il Ministero per l’integrazione, nella quale è stato analizzato l’andamento della procedura.
Attraverso la “finestra di emersione”, tra il 15 settembre ed il 15 ottobre scorsi, le imprese o le famiglie che avevano alle proprie dipendenze lavoratori stranieri in condizioni di irregolarità, potevano richiedere la regolarizzazione del dipendente, con la concessione – a fine procedura – di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Tra le difficoltà che hanno caratterizzato la regolarizzazione, Casucci ricorda: gli alti costi da pagare (mille euro all’Inps, più sei mesi di contributi arretrati, più le tasse), la prova documentale di essere stati presenti in Italia fin da prima del 31 dicembre 2011, l’alto reddito da dimostrare per chi faceva la richiesta e il rischio di espulsione per l’immigrato, nel caso la procedura non si fosse conclusa positivamente.
“A distanza di sei mesi dalla regolarizzazione – spiega il sindacalista – i dati di bilancio forniti dal Viminale (alla data del 9 aprile 2013) appaiono non certo entusiasmanti. Su 134.747 domande presentate, ne sono state lavorate 82.190, così suddivise: 23.255 definite con la firma del contratto di soggiorno e la richiesta di permesso; altri 10.817 già convocati; 9.746 in fase di richiesta di integrazione documentale; 13.417 rigettate; 183 rinunce; 24.772 valutate positivamente e calendarizzate per la convocazione in questura. Da un’analisi dei dati del Viminale – continua Casucci – si è appurato che il 90% dei rigetti è dovuto all’impossibilità per il migrante irregolare di esibire la prova documentale di essere stato presente in Italia prima del 31 dicembre 2011. Dunque non irregolarità documentali o assenza del posto di lavoro, ma solo una norma restrittiva imposta nella procedura”, per non parlare degli alti costi della procedura e dei “lacci e lacciuoli” che hanno contribuito a rendere meno efficace l’emersione.
(Red.)



 
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